Biografia

Marzia Forteguerri nasce a Firenze nel 1939. Si forma tra Pistoia e Firenze, frequentando il Liceo Artistico e sviluppando fin dagli anni giovanili una ricerca pittorica orientata verso il Surrealismo, la dimensione onirica e la narrazione simbolica dell’immagine.

Stimata da Giulio Carlo Argan e dal pittore Guido Peyron durante gli anni della formazione, nel corso della sua lunga attività artistica attraversa diverse stagioni espressive: dagli esordi di impronta accademica e naturalistica alle opere neo-surrealiste degli anni Settanta e Ottanta, fino ai grandi “teleri” e alle composizioni visionarie vicine alla sensibilità della Transavanguardia.

Accanto alla pittura, Marzia Forteguerri sviluppa una ricerca articolata che comprende disegni, pale lignee dipinte, vetrinette narrative, terracotte, scritti poetici e opere su carta. Centrale nella sua opera è il rapporto con la memoria, il sogno, il paesaggio interiore e la natura, vissuti come luoghi di trasformazione immaginativa e simbolica.

Vive e lavora tra Firenze, Bologna e la campagna toscana.

Ritratto dell’artista Marzia Forteguerri

Osservazioni sulla mia pittura

Ogni occupazione darà allo spirito molto più di quello che puó dare la vita reale. È così difficile parlare di sé. La mia Schwester, sparita nel nulla, ma con la quale ho trascorso il mio primo anno di vita, secondo il racconto di mia madre, per qualche anno mi spedì una busta con una pigna dentro. Questo perché, a suo dire, aveva un vero interesse per questo oggetto seme, e siccome non c’è cosa al mondo che non sia il germe di un ingegno possibile, sarà molto tempo dopo che su di me assumerà importanza la vertigine della forma e la coccola di cipresso. Mi ispirerà per un racconto, *Fruscio*, e sarà un logos nel campo delle vetrinette.

Avevo cinque anni, ero in camera mia nel castello di Strozza Volpe, dimora di mio nonno, quando, per un gioco ottico, risvegliandomi, vidi riflessa nel soffitto dei muratori che si muovevano nel tetto di fronte. Forse da lì nasce la mia passione per il cinematografo e per i quadri, perché un’idea fissa è un dono della sorte. Avevo sei anni quando incominciai ad interessarmi al mondo artistico. Ero dalle suore di Santa Reparata a Firenze quando sentii dire che due bambini si sarebbero cimentati in una commedia. Così mi feci dare, con molta reticenza da parte dei miei genitori, due lire. La mattina i due si avvicinarono a una vaschetta ed eseguirono la loro commedia, che io ritenni bruttissima! Questo fu il mio primo spirito critico, che ho sempre conservato, insieme a un forte senso di osservazione.

Ricordo che verso la stessa età, mia madre mi mandò con mia sorella a visitare gli affreschi del Beato Angelico, in San Marco a Firenze. Fu un’emozione talmente grande che mi misi a piangere e conservo ancora vivo questo ricordo emotivo che sviluppò la passione per la pittura, insieme al fatto che mio nonno e mia zia materna erano pittori! I segni di tale passione derivano da tanti quaderni di religione pieni di immagini, peraltro non molto richieste dagli insegnanti, in seconda media a Pistoia.

In quel periodo, ricordo che procurai una distrazione di massa, perché inventai che la penna stilografica diventava uno strumento per creare cerchi, e da lì rosoni, che venivano colorati e che divennero scopo anche di gare! A Firenze, dove ritornammo dopo una permanenza di sette anni a Pistoia, mi iscrissi alla scuola magistrale, dove incontrai un insegnante di belle arti che, guardando i miei disegni, mi domandò se conoscessi Morandi. Alla mia risposta che non sapevo chi fosse, lui aggiunse che, per lui, ero nella scuola sbagliata! Decisi subito di cambiare scuola e, al liceo artistico, mi imbattei in un insegnante, il prof. Trovatelli, di Ornato. Questo professore urlava e non voleva che noi disegnassimo in maniera formale, ma io non avevo nessun problema!

Nel percorso ebbi grandi elogi dal pittore Guido Peiron, che pur dovendo essere il nostro insegnante, venne solo per sette giorni perché troppo anziano. Mi disse testualmente: “Sei la più brava della scuola”. Un’insegnante mi procurò la possibilità di fare disegni di nudo, e, incontrandomi dopo qualche anno, mi disse che aveva eliminato tutti i disegni degli allievi, ma i miei li aveva salvati perché li considerava bellissimi. Per ultimo dirò del mio "tram mancato", come nella metafora (c’è un tram che si chiama desiderio…).
Argan, venuto da Roma per l’esame di Stato del liceo artistico, ebbe per me una forma di vera enfasi, e poiché fui richiamata per un gravissimo stato di salute di mio padre, disse: “Se un altro anno verrà a Roma, avrà tutte le porte aperte!”

Fu nel 1955 che iniziarono i miei primi quadri a olio: cipressi, ritratti di contadini, boschi, coloniche, scorci della nostra abitazione, giardini che conservo. Nel 1968 mi sposai con Giovanni Maria Quadri di Cardano. Iniziai la mia vita cominciando a dipingere tre armadi e le pale di legno che variavano di formato (all’incirca 43x35 cm), ma alcune avevano altri formati, incise e colorate a olio. Racchiudono visioni che sono preliminari ai teleri. Gli argomenti vanno dal surreale, al religioso, al simbolico, a alcuni film. Essi si interrompono nel 1990, ma ritornerò a farne quando, nel 2000, tornerò a Bologna e mi concentrerò sui "Cappelli Bizzarri", la guerra e altre fantasie. In totale sono circa 91 pale di legno.

Nel 1977 iniziai contemporaneamente un periodo di ricerca sulle lampade per l’illuminazione, con un designer innovativo. Questo periodo si concluse con una profonda ricerca su carta calibrata giallina, realizzata con pastelli gessosi. È il periodo in cui fui intercettata da Giorgio Ruggeri, Tommaso Paloscia, Arrigo Grazia, ecc. Questa nuova tecnica mi porterà a sperimentare per anni e darà vita a circa 600 disegni, che saranno esposti in mostre di cui conservo testimonianza. I pastelli su carta mi condurranno direttamente alla mia infanzia passata nella campagna di Poggibonsi, vicino a Siena, per tali esecuzioni, poiché, come dice Hegel, “la filosofia dello spirito è una filosofia estetica”. La mia abitudine di pensare per immagini si materializza in queste ricerche, e precisamente sulle luci e le forme ineguagliabili di tale incredibile territorio, che portano direttamente nel bosco, da cui ho estratto forme e colori assorbiti nei lunghi anni passati. I teleri iniziano circa nel 1978. Ero tornata da un viaggio a New York e cominciai a guardare in grande, come un tessitore di arazzi. Rimasi imbrigliata in un sogno! Cominciano perciò i teleri con la tricologia: *Il Yazz del bosco* (1985-1986), che sono di grandissime dimensioni. Gli altri vanno da 2,17 x 2,65 metri. Oggi sono arrivata al numero 81, sono di colore acrilico su tela, sorretti da due pali di legno dipinti, in duplice colore marrone e blu. Nel 2000 nacquero i volumi, in numero 17. Sono disegni a penna e vi sono due tipi di segni: uno riflette l’atto volitivo, cioè collegato al pensiero, l’altro l’atto intuitivo, piuttosto scuro. È un esperimento, un’inversione di direzione per riscoprire l’oscura forza di cui sono ignara e che solo raramente riesce ad affiorare. Qualcosa di più inconscio, che, se posso, trasmetto nei teleri. Questi disegni fanno seguito a tre libroni e uno più piccolo acquarellati con colori acrilici.

Contemporaneamente ai teleri, già nel 1979, iniziai le vetrinette, cassettine magiche o wunderkammer: piccole cassettine di dimensioni 22x15,10 cm. Costruite come fossero idee tratte da Lewis Carroll (Attraverso lo specchio) esse sembrano uscire da un altro tempo per entrare dentro lo specchio o attraverso questo. Un velo impercettibile le contiene rimandano a uno svelamento, hanno alla sommità una coccola di cipresso, quale mio logo, racchiudono in sé specchietti, pietre colorate, luci, talvolta carillon, animali con luci di plastica e vetro che emettono rumori, e contengono immagini iconiche che si concentrano sulla donna e la moda (Erté e altre maison), il giardino, le fonti, il bambino, gli antichi, i religiosi, i burattini, le bambole, i film, il fantasy, personaggi, reclam ecc. Taluni sono surrealisti, altri simbolici. Il loro numero è circa 600.

Nel 1979 iniziai a scolpire alcune statue di terracotta quando conobbi il terracottaio Nepoti di Bologna. Nel 1984, quando riebbi la restituzione di un mio appartamento affittato a dei ballerini di Londra, che mi fecero sparire le mie statue nella loggia del giardino di Firenze, mi resi conto che effettivamente piacevano. Da ciò ne nacquero circa 20, simili a pomone, piene di energia. La loro altezza di circa 52 cm rappresenta individui con animali. Da poco ho ultimato un progetto a Collodi per un teatro-fabbrica di Pinocchio, che ho consegnato al mio amico professor Franchini e ora in mano all’architetto Giusti.

Due sono i racconti onirici con disegni: uno del 1996 “Fruscio” e uno del 2002 “Pioggio”.
Ambedue portano il segno della mia psicologia; il primo dà vita ad un essere del mondo delle piante, il più effimero, il secondo ha come protagonista un Bastone! Molte sono le poesie che ho scritto e mai fatto leggere.

Opere di Marzia Forteguerri

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